Nik Comoglio, puoi raccontare brevemente il tuo percorso artistico?
Nasco classico nella mente ma jazzista nel cuore! Questo è sempre stato il mio guaio, finché non si è cominciato a parlare di contaminazioni e di crossover. Ho sempre scritto musica sin da giovane e ho sempre privilegiato la composizione all’esecuzione. Sono cresciuto con i maestri del jazz e della musica classica e non ho mai avuto interesse per la musica leggera, perlomeno come viene intesa oggi.
Ho sempre ricercato l’originalità e l’unicità nella scrittura ben sapendo che mi sarei attirato addosso un sacco di critiche dai reazionari di ogni stile, ma purtroppo è l’unico modo che conosco per riuscire ad essere “nuovi”. Credo che in musica si sia detto tutto, ciò che conta oggi è la personalità con cui si combinano gli stili, ma soprattutto conta il fatto di avere qualcosa da dire, sempre! Se un artista ha qualcosa “dentro”, la sua musica (se è un musicista) sarà comunque originale e sarà sempre riconoscibile e mai copiabile – magari verrà imitato ma non potrà mai essere copiato. Questo è ciò che sto cercando di fare da sempre in tutti i generi che ho cavalcato; dal jazz alla musica progressive al “classico” o “colto” che dir si voglia.
Cosa è per te la Musica Colta? se questa è una definizione che per te ha senso?
Riporto a questo riguardo un pensiero di Leonard Bernstein: “… si potrebbe dire, banalmente, che la “Musica Colta” o “Classica” è tutto quello che non è jazz, rock, folk, etc. Ma questa risposta non è affatto sufficiente. […] Non abbiamo ancora trovato un modo corretto per distinguere la “Musica Colta” da quella leggera. […] La definizione stessa di “Musica Colta” presenta un’insidia perché sottintende che essa sia riservata solo a persone intelligenti e colte: niente di più ridicolo, perché quanta gente c’è che non sa cosa abbia veramente prodotto la seconda guerra mondiale e ama svisceratamente la musica di Mozart? […]La definizione più giusta potrebbe essere: “Musica Esatta”, non nel senso che è stata dettata da Dio e quindi è perfetta, bensì nel senso che è stata scritta dal compositore in modo tale che qualsiasi strumentista o qualsiasi cantante debba eseguirla come lui ha scritto.” (E. Castiglione: “L. Bernstein Conversazioni, Una vita per la musica” Aprile 2008, Panteon edizioni).
Cosa vuol dire per te oggi essere musicista, di musica colta, dove tutto è meno che colto, dalla TV ai giornali???
Vuol dire doversi quotidianamente scontrare con delusioni, scoraggiamenti, depressioni continue e con la consapevolezza che il tuo lavoro (perché fare il musicista è un “lavoro” anche se molti lo hanno dimenticato) sarà sempre subordinato a qualcosa di più veloce da confezionare, di meno costoso da pagare e di più facile da capire e da vendere. Vuol dire essere consapevoli di vedere l’Arte cedere il passo inesorabilmente alla mediocrità, alla “non cultura” e al pressappochismo espressivo.
Come credi ci si possa avvicinare di più al grande pubblico? se questa è una cosa che comunque ritieni importante?
Il grande pubblico segue la moda; non ho mai pensato di raggiungere il grande pubblico perché non faccio musica commerciale e non credo nella moda; credo nel valore della singola persona e dell’arte vera che, secondo me, sul lungo periodo è vincente. Molti artisti che sono stati osannati in vita vengono dimenticati a breve dopo poco tempo mentre altri, sconosciuti da sempre alla massa, si impongono fragorosamente e inspiegabilmente (magari dopo morti) come capostipiti di un genere e non vengono più dimenticati.
Io credo che la “massa” sia formata da persone singole; le persone singole sono molto meno plagiabili della ”massa di persone” che esse compongono. Nel momento in cui viene meno il condizionamento di massa finalizzato alla vendita di un prodotto da parte dei media, l’individuo inizia a ragionare con la propria testa, diventa meno ricettivo all’imposizione pubblicitaria e fa suo ciò che realmente vale e che realmente gli piace. Per questo i Beatles continueranno a vendere per sempre anche senza pubblicità!
Nel tuo essere musicista qual’ è il modello del passato a cui ti riferisci maggiormente?
Il passato che ha consacrato tutti coloro che hanno reso possibile un cambiamento epocale artistico, storico, economico o politico. Parlando in termini strettamente musicali ammiro, considero e studio nei minimi particolari la vita tutti quei musicisti o compositori che sono stati “traghettatori” verso il futuro e che hanno consentito un passo avanti (non conta se piccolo o grande) all’umanità.
Il titolo Acqueforti fa riferimento a qualcosa di concreto o è esclusivamente un’idea musicale?
“Acqueforti” è il titolo del nuovo lavoro che ho composto e realizzato nel 2009 e che rappresenta una svolta decisiva del mio modo di fare musica. La scelta del titolo parte dal presupposto di legare idealmente i brani dell’opera all’ispirazione di altrettante immagini evocative impresse attraverso la tecnica dell’incisione (appunto l’acquaforte), che è l’arte grafica che più amo.
Il risultato è un’interessante mésaillance che non abbandonerò più, ma che continuerò a perseguire e a perfezionare il più possibile per riuscire a raggiungere quell’originalità di stile di cui parlavo all’inizio.
Abbiamo apprezzato particolarmente il primo pezzo di “Cedrus Libani” ed il primo di “Primavera dei Tirreni”. Potresti brevemente, se possibile, darci un’immagine di entrambi?
Il trio si intitola “Cedrus Libani” perché è ispirato alla forma del grande albero mediorientale ed è anche ideologicamente divisibile in quattro parti che ne individuano le radici, il tronco, i rami e la chioma.
Musicalmente appare strutturato da un corpus Andante che presenta continue modulazioni a sostegno di un tema semplice in 12/8 proposto principalmente dagli archi ma ripreso anche dal pianoforte in più punti.
Successivamente, dopo un breve interludio, parte il duo degli archi che introduce un nuovo tema volutamente mediterraneo dove al cello sono affidati dei pizzicati e al violino il tema vero e proprio, alternando battute da 6/8 e 7/8 per sbilanciare l’andamento ternario troppo scontato.
“Primavera dei Tirreni” è un affresco del bel momento che precede l’estate sulla costa della Toscana quando si inizia a percepire il cambiamento verso la rinascita della natura. L’aria cambia, la luce cambia, il nostro sangue cambia… e credo che chi ha la fortuna di vivere in una città di mare se ne accorga prima; ho sempre creduto che la primavera arrivi dal mare, mentre l’autunno dai boschi. Il brano è strutturato in forma minimale all’inizio con un Andante da camera affidato al quartetto d’archi con interventi poco invasivi dei legni; poi entra l’orchestra insieme al cello solista su un tempo Più Mosso che sviluppa il tema proposto all’inizio. Il taglio è volutamente impressionista e… mediterraneo. |
Nik Comoglio, artista torinese legato da lunga data al progressive-rock sia come appassionato che come musicista, si è dedicato da tempo alla musica classica. Dal canonico progressive sinfonico della sua prima band, i Syndone, la quale annodava classicismi e arrangiamenti orchestrali con gli stilemi blueseggianti tipici del rock come avevano fatto e facevano innumerevoli altri gruppi, alla musica classica vera e propria, varando una carriera solista costellata di opere che mettono in risalto e svelano lentamente questa sua nuova vena artistica. Fino a rivelarla completamente nell'ultimo lavoro, Acqueforti. Così come a rivelare un Mistero, un Mistero Buffo, perchè in Acqueforti c'entra anche il forte significato dell'opera del Maestro Premio Nobel per la letteratura Dario Fo e della moglie Franca Rame. E c'è nell'aria anche un ritorno dei Syndone. Facciamo una chiacchierata con Comoglio in persona.
Ciao Nik e benvenuto sulle pagine di MovimentiProg. Cogliamo l'occasione dell'uscita del tuo nuovo album intitolato Acqueforti per farti qualche domanda sulla tua vita artistica. Gli appassionati di vecchia data ti ricorderano per i due album di inizio anni '90 pubblicati con il monicker Syndone, in cui suonavi le tastiere. Ci puoi raccontare la storia della band Syndone dalla sua nascita a qualche aneddoto e racconti sui due album “Spleen” e “Inca”, alla sua fine?
Alla fine degli anni ottanta avevo molti pezzi progressive nel cassetto, volevo suonarli e farli sentire; il problema era che in quegli anni ancora non si parlava di new-progressive, ne si produceva quel tipo di musica, ma si percepiva nell’aria un chiaro fermento di ritorno di questo stile; feci quindi sentire i pezzi a Beppe Crovella il quale appoggiò la produzione di “Spleen” (primo disco dei Syndone) proponendoci alla “Vinyl Magic” di Milano. Decisi quindi di formare un trio, stile ELP, con Paolo Sburlati alla batteria e Fulvio Serra al basso, puntando molto sulle idee ed evitando totalmente l’arrangiamento fine a se stesso e l’uso della chitarra elettrica, da sempre strumento inflazionato in ogni genere.… Volevo un nome che evocasse insieme: “Sacralità”, “Torino”, “Spiritualità” e “Solchi Incisi” (come un vecchio LP di vinile) così pensai a SYNDONE, con la “Y” per differenziarlo dalla famosa reliquia e renderlo internazionale, senza essere blasfemo. Questo nome infatti evoca subito Torino in qualunque parte del mondo ti trovi… e questo mi piaceva! “Spleen” (omaggio a Les Fleurs du Mal di Baudelaire) fu un disco ancora “acerbo” con molte influenze pop, quindi non troppo capito. In quegli anni stavano uscendo i primi campionatori e questo fu un male perché la tentazione di giocare con tutti quei suoni “finti ma veri” e con le 48 tracce del mixer era troppo forte. Per “Inca”, lavoro successivo, il discorso fu diverso; è un disco molto più asciutto e con pochi fronzoli, suonato praticamente tutto dal vivo e con i suoni classici del prog: infatti andò meglio.
Cosa è successo nel periodo di transizione subito dopo i Syndone e prima dei tuoi lavori solisti?Ho cominciato ad evolvere nella musica classica, scrivendo per orchestra, per strumento solista + orchestra o per organici cameristici, il che mi ha permesso di aprire a nuovi orizzonti più stimolanti, specialmente dal punto di vista dell’armonia. Ho lavorato in campo pubblicitario televisivo e radiofonico, ho scritto tre colonne sonore e ho composto musica di sottofondo e per balletto. In questa fase mi sono innamorato del Teatro e da questo punto in poi mi sono dedicato esclusivamente a progetti a sfondo teatrale, quindi musical, commedie musicali, balletti contemporanei, oratori e quant’altro.Hai poi dato il via alla tua carriera solista con il primo album “Il Sogno di Itaca”. Parlaci di questa tua decisione di ritornare sulle scene. Ne sentivi personalmente la necessità?L’idea era quella di ritornare sulla scena, ma non come strumentista bensì come compositore, cosa che è sempre stata il mio obiettivo primario. Anche se con Syndone ho fatto parecchi live (in cui dovevo anche cantare purtroppo), il mio sogno era scrivere, non suonare. La composizione mi appaga molto più dei live, sono una persona cerebrale!Dopo “Il Sogno di Itaca”, dedicato all'Odissea di Omero, hai pubblicato “Tarot”, dedicato al mondo dei misteriosi Tarocchi, e poi “Anima di Legno”, in cui si parla del burattino più famoso della storia, Pinocchio. Musicalmente che legame c'è tra di loro? Che differenze sostanziali?
“Tarot”, come ho spesso avuto occasione di dire, rappresenta un autentico disco progressive suonato con strumenti non progressive. L’impianto e la struttura dei brani (22, come gli arcani appunto), sono tipicamente prog; ciò che cambia è il timbro: l’uso degli strumenti classici al posto dei vari moog, synth, taurus bass, mellotron e quant’altro è stata la mia scelta prioritaria. Se i solisti e le parti strette di “Tarot” venissero risuonate con gli strumenti sopraccitati, viene magicamente fuori un grande disco prog: ma purtroppo, per questa ragione, non è stato capito. Il mondo della musica prog non riesce a prescindere da “questi” suoni, nonostante tutte le altre variabili siano in pieno accordo con la letteratura e con il brief del progressive più classico: non si possono fare stravolgimenti timbrici troppo radicali con questa musica. “Anima di legno” è il progetto a cui sono più affezionato emotivamente, e credo sia in assoluto il lavoro più bello che io abbia mai scritto. Trattandosi di un progetto prettamente teatrale sto attualmente collaborando con uno sceneggiatore di Roma che sta riscrivendo il libretto ex novo per rendere il tutto più attuale possibile. Terminato il libretto lo tradurrò in inglese e presenterò il progetto come musical italiano per la stagione 2010 al New York Musical Festival [ www.nymf.org ]Questi due lavori presentano molte analogie compositive: entrambi respirano progressive e sono stati arrangiati praticamente in modo analogo. “Tarot” è molto più minimalista ed è scritto in forma di suite per due cantanti e piccola orchestra, mentre “Anima di Legno” ha decisamente il carattere del musical stile Broadway con alcuni brani supportati da grande orchestra ed ispirata ad un racconto ben preciso, anch’esso molto italiano.
Arriviamo ad “Acqueforti”. Arrangiamenti orchestrali, musica prettamente di stampo classico in una cornice moderna. Quale è stata la molla che ti ha fatto avvicinare così fortemente alla musica classica facendoti allontanare dalle compiosizioni tipicamente rock?
“Acqueforti” è un lavoro che, al contrario di “Tarot”, cerca di portare nel classico le contaminazioni prog, e raccoglie in ordine: un Trio da camera, tre Movimenti per Cello e Orchestra ed uno Stabat Mater in forma di Oratorio su Testo di Dario Fo per Voce Lirica, Recitato ed Orchestra. E’ sicuramente il lavoro più “avanti” che ho fatto finora e mi sembra anche il più apprezzato; contiene delle cose molto innovative, specialmente nello Stabat Mater, dove la fusione classico/prog è riuscita in modo perfetto. La scrittura per orchestra è fin’ora il tipo di composizione che più mi soddisfa, sia perché è slegata da ogni forma di contrazione di durata, sia perché è libera da ogni costrizione melodica o armonica finalizzata alla vendita; al contrario viene molto apprezzata la capacità del compositore a sviluppare ed ampliare i temi fondamentali, ed è questa la cosa che mi spinge a continuare in questa direzione.
In “Acqueforti” fai un omaggio al “Mistero Buffo” di Dario Fo e Franca Rame. Cosa ti ha colpito di quest'opera tanto da proporne una parte nel tuo disco? Ha a che fare con la tua personale spiritualità?Il tutto ha inizio lo scorso anno quando per caso vidi in un programma televisivo una giovanissima Franca Rame recitare dal vivo un brano dal “Mistero Buffo” di Dario Fo, appunto “Maria alla Croce”. Il testo del “Mistero Buffo” non mi era sconosciuto, anzi, ne avevo in casa ben due edizioni, ma avevo letto solo le parti concernenti il grammelot e le parti a carattere più profano. Così corsi velocemente a rivederlo e mi rilessi “Maria alla Croce”. Fu come una rivelazione! Questo testo mi colpì così profondamente e mi entrò così dentro che non riuscii più a pensare ad altro che a quello per diversi giorni. Altrettanto velocemente realizzai che quel testo non aveva ancora musica, che era uno Stabat Mater anomalo e nuovo e che era di una forza e di una drammaticità inaudita! E’ difficile spiegare come arrivai alla melodia principale, ma quando si ha a che fare con elementi narrativi di questa intensità, sembra quasi che la musica stessa voglia farsi strada attraverso di te venendoti praticamente a cercare. Per ovvie esigenze di durata, insieme al Maestro Claudio Ottavi Fabbrianesi che ha curato la scelta delle parti di testo e scritto le due liriche: “Gabriél” e “Sospiro del tuo pianto”, abbiamo dovuto eseguire dei tagli, necessari a ridurre l’originale intero che era troppo lungo e variegato per una semplice operazione discografica; così scrissi al Maestro chiedendo il permesso di utilizzare alcune parti di “Maria alla Croce” perché avevo intenzione di musicare in parte l’opera. Con mia felice sorpresa il Maestro acconsentì e mi fece sapere di gradire la cosa esprimendo il desiderio di ascoltare poi il prodotto finale prima dell’eventuale masterizzazione definitiva. La scrittura mi impegnò per qualche mese perché cercavo, come sempre, di usare un linguaggio musicale più originale possibile e che fosse soprattutto all’altezza del testo, senza cadere in banalità armonico/descrittive da colonna sonora di film o in patetiche reminiscenze canore da melodramma ottocentesco. Volevo creare qualcosa di nuovo e così pensai ad una partenza minimalista secca con voci recitanti, oud e quartetto d’archi per poi lentamente ispessire e ammodernare il suono con l’aggiunta di altri strumenti classici e non, cambi ritmici ed armonici in un crescendo sonoro e drammatico che avrebbe visto il culmine nell’esplosione sinfonica orchestrale finale. L’uso della voce lirica di Maria (Chiara Taigi) unito alla voce leggera del Cristo (Didier Caria) e a cinque voci di attori recitanti nell’originale dialetto padano del trecento fedele al testo, avrebbero conferito al tutto una dimensione di “Oratorio” veramente fuori dal comune e totalmente nuova. Il risultato andò oltre le mie aspettative e piacque al Maestro che ci inviò anche un'e-mail in cui faceva i complimenti al gruppo di lavoro. Inutile dirlo…fu una grande soddisfazione per me!
Hai avuto quindi l'approvazione del Premio Nobel in persona. Lo hai incontrato personalmente?Non ho avuto, purtroppo, l’onore di incontrare personalmente il Maestro, ma se mai mi capiterà in futuro la possibilità di allestire Maria dal vivo, lo inviterò personalmente!
Negli ultimi anni sono avvenute parecchie reunion di gruppi fondamentali o meno del progressive italiano storico. C'è qualcosa che bolle in pentola per i Syndone? Raccontaci tutto quanto.Ebbene sì! Dopo ben diciotto anni ho pensato ad un nuovo progetto Syndone per il 2010. Non sarà però una reunion! Ne ho parlato recentemente con Beppe Crovella e siamo d’accordo che i tempi sono maturi per una produzione Electromantic di un nuovo album Syndone che dovrebbe uscire tra giugno e luglio. In tutti questi anni di silenzio Beppe ed io non abbiamo mai smesso di pensare ad una nuova possibile produzione, ma ci è sempre mancata l’occasione e le giuste condizioni al contorno… oltre che, dal mio punto di vista, la collaborazione di musicisti validi! Oggi, con questa nuova formazione (Federico Marchesano al basso, Paolo Rigotto alla batteria) posso dire di avere finalmente ritrovato una band con “quel” feeling e “quella” qualità tecnica necessari per continuare a proporre Syndone al livello che tutti si aspettano. Come vedi tu personalmente il futuro per il progressive rock, attualmente?
Riporto, a questo riguardo, un pensiero di Beppe Crovella:
…“l'avvenire nel prog, e la sua espansione, non saranno solo nel ripercorrere le strade affermate del momento storico del genere o di nuove proposte di questi anni, piu' o meno confinanti col prog stesso. Sarà semplicemente nel ritornare al Prog inteso come alle origini, ossia di quel saper affrontare (mai dimenticando le radici) nuove strade fino a quel momento inesplorate, anche combinando conosciuto e sconosciuto, ma comunque sempre avventurarandosi in nuovi territori e sposare l'imprevedibilità. Ossia vivendo il Progressive non solo come forma ma, soprattutto, come INTENZIONE (di andare oltre, di progredire in avanti, di scoprire l'inesplorato)”
Un'ultima domanda: hai qualcosa da dire ai lettori di MovimentiProg?Che ritorno al prog con curiosità ed entusiasmo, ma ci ritorno dopo molti anni di esperienze musicali diverse che mi hanno sicuramente maturato sotto molti punti di vista. Credo che il nuovo lavoro sarà qualcosa di molto innovativo perché fonderà insieme le molteplicità artistiche ed espressive che caratterizzano il nostro vissuto musicale. Soprattutto sarà la risultante di una volontà comune di creare ancora e sempre buona musica.
Grazie per la tua disponibilità, Nik. In bocca al lupo per tutto quanto.
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